Archeoparco di Andriace

storia, archeologia sperimentale e natura mediterranea

L’area geografica

L‘Archeoparco è ubicato all’interno dell’area geografica di parte della contrada Andriace di competenza del Comune di Montalbano Jonico (MT). Il territorio di Andriace, in parte del Comune di Montalbano Jonico e parte del Comune di Scanzano Jonico, si sviluppa intorno alla masseria omonima ed ha come confini la contrada Olivastreto ad est (in territorio di Scanzano), il fiume Cavone a nord, la contrada Citrangolo e Largo S. Luca ad ovest, il colle di Termitito e l’area della Quotizzazione Demaniale a sud (in territorio di Montalbano). Questi luoghi geografici hanno costituito (ad eccezione di Olivastreto, Largo S. Luca e Termitito), parte del territorio di Andriace, per un totale di più di 2000 ettari.

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Dai Greci alla dominazione romana

La reperibilità delle risorse idriche, la natura dei terreni e la loro fertilità in età preromana avevano costituito un grande motivo di attrazione per i coloni greci. Questi, dal VII al V sec. a.C., partendo dalla costa e nel raggio di azione del centro abitato di Siris-Herakleia, avevano dato atto ad una vasta opera di trasformazione del territorio mediante partizioni modulari rettangolari ottenute attraverso una rete di canalizzazioni e di strade che si incrociavano secondo un sistema ortogonale di straordinaria precisione geometrica.L’avvento dei coloni greci nella regione potrebbe aver provocato notevoli mutamenti sull’ambiente fisico, soprattutto nella parte centro-orientale dell’Avanfossa bradanica, dominata dai rilievi collinari argillosi e dai terrazzi marini: il disboscamento fu intenso così come il sistema di canalizzazioni per drenare le acque a fini agricoli. La conferma dell’intensa ed estesa organizzazione agricola è rappresentata dalle numerosissime fattorie greche rinvenute su tutto il territorio, come quella in località Vaccariccio di Andriace (Montalbano Jonico). L’agricoltura era caratterizzata soprattutto, come dimostrano le analisi polliniche, dai cereali e dall’olivo, ma non mancavano le zone destinate al pascolo. I fiumi, tra l’altro, permettevano traffici commerciali e sviluppo agricolo. Sicuramente all’epoca della colonizzazione greca i corsi d’acqua erano interessati da periodiche alluvioni durante le quali le acque straripavano ed esondavano sulle circostanti piane, deponendo il loro carico limoso e argilloso proveniente dalle aree deforestate: ciò fa pensare ad una piovosità, se non eccezionale, quanto meno accentuata e continua. Verso la metà del V sec. a.C. la falda freatica cominciò a sollevarsi in tutto il metapontino, quindi anche ad Andriace. In seguito a questo fenomeno, che si acuì nel IV sec. a.C., i coloni Greci si videro costretti da una parte a costruire canali di scolo, il cui piano di scorrimento veniva continuamente sollevato per evitare il totale impaludamento della zona, e dall’altra a spostare le abitazioni sui dossi più elevati. Ciò fino al III sec. a.C., quando la falda iniziò ad abbassarsi ed i canali di scolo cominciarono a perdere la loro funzione. Tuttavia nella prima metà dello stesso secolo, con l’arrivo dei Romani, si assistette in tutta la regione ad un abbandono generale dei centri fortificati, delle fattorie, dei piccoli santuari e dei piccoli centri. Il modello di Roma, infatti, prevedeva la nascita di fattorie in zone isolate, spingendo l’aggregazione della popolazione attorno a piccoli insediamenti rustici o in poche grandi città. Alla fine del III sec. a.C., dopo la conquista, Roma impose diffusamente le sue forme di organizzazione territoriale anche ad Andriace: agli inizi lo sfruttamento agricolo non provocò gravi dissesti ambientali e nella zona geografica che ci interessa il territorio divenne ager publicus intorno a grossi complessi rurali, come la grande fattoria di Caprariccio (III sec. a.C.). Solo tra la fine dell’età repubblicana e gli inizi dell’Impero cominciò ad affermarsi il latifondo: vastissime aree, al cui centro sorgevano le grandi ville romane, furono messe a pascolo ed a monocoltura. Lo sviluppo del latifondo incise sul territorio e sull’ambiente lucano, anche se erano state previste restrizioni circa il taglio dei boschi e lo sfruttamento dei campi.In più, a causa dei disboscamenti, il dilavamento meteorico dei versanti in Basilicata accentuò l’erosione orografica, perdurando per tutta l’epoca imperiale: i sedimenti costituenti la parte più alta dei depositi limosi che colmano le medie e basse valli dei fiumi ionici, sono riferibili al III sec. d.C. Alla fine dell’età imperiale le aree interne della costa ionica apparivano spoglie di vegetazione e spopolate, con ampi spazi incolti utilizzati a pascolo o coperti da boschi, che, poco per volta, riprendevano il sopravvento e tornavano a coprire le aree perdute in precedenza, Andriace compreso.

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Dal Medioevo ai primi dell’Ottocento

La documentazione riguardante Andriace nel periodo bizantino e longobardo è scarsa o del tutto inesistente, ma è difficile credere ad un abbandono della zona. Secondo alcuni studiosi, infatti, la presenza stessa di toponimi di matrice bizantina farebbe ipotizzare una frequentazione dell’area anche in questo periodo. Sebbene la costa ionica si avviava verso un secolare degrado ambientale caratterizzato da impaludamenti e malaria e Eraclea veniva definitivamente abbandonata, il latifondo di Andriace, probabilmente, permane per tutto l’Alto medioevo, fino alla riconfigurazione territoriale di epoca normanna (casalis Andriachium in tenimento Montis Albani). In epoca normanna Andriace e il territorio di Montalbano si presentavano come aree boschive dove gli abitanti di quel centro esercitavano il diritto di praticare i cosiddetti“usi civici”.Con alterne fortune, il feudo di Andriace riuscì a mantenere la sua fisionomia ambientale fino all’inizio del XIX sec., quando ampie aree cominciarono ad essere disboscate. A livello climatico vanno segnalati come molto freddi e piovosi i climi dei secoli XVII-XVIII, con un ritorno a temperature più miti nel XIX sec., sicuramente meno piovoso.

Dall’Ottocento ai giorni nostri

Nell’arco di tempo compreso tra il XIX secolo ed i primi anni del XX l’azione dell’uomo costituisce uno dei maggiori fattori del degrado dell’ambiente fisico lucano, soprattutto riguardo ai continui disboscamenti. Il fenomeno non era nuovo per la Basilicata dato che già nel periodo greco-romano si era verificata una situazione analoga, che  assunse proporzioni enormi tra l’Ottocento e il Novecento. Gli inizi del XIX sec., sotto la dominazione francese furono caratterizzati da un intenso fermento di vita sociale, economica e culturale. Il Governo francese promosse inchieste e riforme nelle province, fra le quali molto importante fu la Legge sull’eversione della feudalità del 1806. Se da un lato questo apportò numerosi benefici sociali, dall’altro fu sovente la causa, specie in Basilicata, del disboscamento di vaste aree. Fin quando le terre erano rimaste nelle mani di pochi proprietari, rimanendo in vigore gli usi civici, come nel caso di Andriace, il manto forestale si era più o meno conservato; ma con le leggi eversive della feudalità la grande proprietà cominciò a smembrarsi e molte terre vennero affidate ai comuni o acquistate dai privati che le vollero mettere a coltura attraverso il preliminare disboscamento.Nemmeno la Legge forestale del 1826 – legge che voleva limitare il fenomeno dei disboscamenti, ma che in realtà lo accentuò, perché permise di poter tagliare i boschi e mettere a coltura le aree deforestate, con l’accortezza relativa alle pendici più scoscese – potè far nulla contro il taglio indiscriminato dei boschi, di cui subì le conseguenze anche Andriace che, per via delle quotizzazioni demaniali e della coltura estensive, subì un netto disboscamento. Fino al 1870 Andriace non era che un grande bosco di lentisco (pistacia lentiscus), alaterno e spinacristi, con rade querce, lecci ed olivastri, e si affittava per poco più di un migliaio di Lire dell’epoca, per il pascolo delle vacche. Dopo tale data se ne iniziò il disboscamento, dovunque si ritenesse utile, per favorire la coltivazione, piantando un po’ dappertutto oliveti o lasciando gli olivastri (olivi selvatici), laddove erano presenti. All’inizio del Novecento mancavano già più di 500 ettari del bosco originario.Tuttavia nei primi decenni del XX sec. vi fu una presa di coscienza delle condizioni dell’ambiente lucano, che portò ad alcune leggi, la più importante delle quali fu la Legge speciale sulla Basilicata che si proponeva di evitare le frane sul territorio lucano (La Legge speciale per la Basilicata del 1904 tendeva a proteggere la regione dalle diffuse frane e da dissesto ambientale). Negli anni ’30 l’attenzione per l’ambiente condusse a promulgare un’importantissima legge, la cosiddetta “Bonifica integrale” del 1933, per difendere i territori maggiormente colpiti dall’erosione e per il recupero delle zone paludose che occupavano molte aree della penisola, metapontino compreso. Nacque in Basilicata, per impulso di questa legge, il Consorzio di Bonifica per il recupero delle zone interne, ma soprattutto della piana costiera metapontina, della quale Andriace costituisce l’appendice interna.L’area si presentava piena di bacini lacustri stagnanti, chiamati “lagaroni”, prosciugati in seguito alla bonifica, poi oggetto di assegnazioni in appezzamenti di terra quotizzata che, se per un verso, arrecò seri e definitivi danni agli ultimi lembi di bosco, dall’altro consentì la rinascita economica del territorio, attraverso la pratica di una agricoltura moderna.

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La situazione ambientale e paesaggistica odierna

Oggi la zona del Bosco di Andriace è compresa nel Piano Territoriale Paesaggistico della Regione Basilicata come area di “elevato valore ambientale”. Essa è circondata da numerose aziende agricole che hanno destinato i propri terreni principalmente a frutteti e a oliveti. Ad Andriace residui di macchia mediterranea si trovano tuttora nell’ambito della superficie demaniale e lungo i fossi. Le pratiche di coltivazione con uso di sostanze chimiche contribuiscono ad inquinare le numerose falde e i piccoli corsi d’acqua che attraversano la zona, ma soprattutto la macchia mediterranea presente, che è composta da una vegetazione densa e poco sviluppata in altezza, tranne in alcuni punti dove è rimasto superstite l’antico bosco di alberi; la specie vegetale più caratteristica è il lentisco che connota anche le lame dei calanchi. Marginali sono le macchie di oleastro, più diffusi, invece, sono i mirti, gli oleandri, le vescicarie, le sulle, le agavi, i fichi d’India, non mancano il rosmarino, il timo e la liquirizia. In qualche lembo di bosco spontaneo si trovano la rovere (una varietà di quercia (quercus robur) che da’ ottimo legname per mobili), il leccio, il ligustro, il perastro, il frassino, il sorbo, il biancospino, la ginestra, il prugnolo, l’asparago.I gruppi floristici attigui alle aree intensamente coltivate o abitate sono adatti ad un ambiente con forte aridità estiva. Preoccupante risulta essere la situazione della fauna che dal XIX sec. in poi ha subito un forte processo di rarefazione con la scomparsa di numerose specie, quali quelle dei cervi, dei cinghiali, dell’istrice, del lupo, del gufo, del nibbio reale.

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Le vicende storiche di  Andriace

Secondo il Racioppi l’etimologia della parola Andriace ha un’origine greca e significa “luogo pieno di carbone”, derivante dal caratteristico manto boschivo che da tempi molto antichi ricopriva questa area. Le prime notizie di Andriace risalgono al Medioevo, precisamente all’epoca normanna quando il conte Ubaldo, signore di Petrolla, donò il 10 luglio il feudo andriacese al monastero di Banzi, in presenza di tale Stefano di Alberico da Montalbano, mentre più tardi, nell’ottobre del 1151, re Ruggiero confermò al medesimo monastero i beni compresi nel territorio di Andriace. Nel 1304 nemici del cenobio banzese occuparono l’area costringendo alla fuga la popolazione che risiedeva nella tenuta e che si rifugiò a Montalbano: da quel momento Andriace si avviò verso un lento,  inesorabile abbandono ed impoverimento che costrinse il monastero di Banzi a cedere il feudo alla Mensa Vescovile di Tricarico (MT), con atto notarile del 13 giugno 1354. Probabilmente memore dell’antica residenza, parte della popolazione montalbanese cominciò a rioccupare quelle terre nei secoli successivi, praticando quegli usi civici che hanno rappresentato, in Andriace, l’attività principale fino all’Ottocento. Proprio gli usi civici furono causa di una secolare disputa giudiziaria tra Montalbano e la Mensa Vescovile tricaricense, in merito alla pretesa da parte dei vescovi succedutisi nel tempo, di riscuotere un censuo.Quando nel 1723 il geometra Giovanni Antonio Santodonato ne descrisse i limiti geografici, il feudo di Andriace aveva un’estensione di 2200 ettari circa: la tenuta confinava a nord con il territorio di Pisticci (MT), con la proprietà dell’Arcivescovo di Taranto e con il fiume Cavone; ad Oriente con il territorio di Scanzana (MT), di proprietà dei Donnaperna, il cui limite era il fosso Grufolante; a sud con i terreni del “Summulco” (di proprietà del Comune di Montalbano) seguendo la linea del fosso Ferrarulo; ad occidente con la difesa dell’Ucio. Dunque all’interno del feudo era situata la cd. Manca, ma non il Terzo d’Ucio propriamente detto, che era di proprietà della nobile famiglia degli Alvarez. Intanto proprio l’aspra lotta tra Montalbano e la mensa vescovile (causata dalle dispute legate agli usi civici) costrinse il vescovo Antonio Del Plato ad affittare la difesa, per sedici anni, al principe Migliano, con l’espressa clausola di proibire gli usi civici. Clausola mai esercitata in seguito alla Legge anti-feudale del 1810, che fatti salvi gli usi civici per Montalbano, assegnò Andriace al marchese di Trevico, il quale nel 1813 lo divise con Montalbano: i 7/12 passarono al Comune. Causa il mancato pagamento del censo da parte del marchese, la quota di questi (5/12) tornò, nella prima metà del XIX sec., di proprietà della Mensa Vescovile di Tricarico. Nel 1868-1869 i medesimi 5/12 del fondo, incamerati dal Demanio dello Stato, furono divisi in lotti per poi essere acquistati dal cav. Filippo Serio e dall’ing. Legnazzi che in un secondo momento comprò anche la frazione del Serio. La grande area boschiva di Andriace rimase tale fino al 1870, quando iniziò il sistematico disboscamento ovunque si ritenevano i terreni adatti per la messa a coltura. La tenuta passò in eredità ai figli del Legnazzi, Luigi e Filippo, il primo dei quali morì giovane, mentre il secondo, Filippo, sposò la sig.ra Faraldo. Quando, nei primi anni della seconda metà del XX sec.,  la sig.ra Faraldo, rimasta vedova, ebbe in eredità le terre del marito e si trovò ad affrontare una complessa situazione finanziaria, incaricò l’amministratore di fiducia di vendere quei terreni: Andriace, che già era stato diviso in due parti nel 1813, fu definitivamente smembrato. Oggi, la superficie agraria di Andriace costituisce un’area florida di pochi ettari intorno ad un bellissimo casolare, divisa tra il territorio di Montalbano Jonico e quello di Scanzano Jonico.

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